PER LA CASSAZIONE E’ESCLUSO IL DIRITTO DI RECESSO AD NUTUM DEL SOCIO DI S.P.A. QUANDO LA STATUTO DELLA SOCIETA’ PREVEDA UNA DURATA PARTICOLARMENTE LUNGA.

IL CASO. Con decisione del 23.9.2009, confermata dalla Corte d’Appello di Bologna con sentenza n. 2204 del 28.9.2017, il Giudice di merito, ritenendo che la previsione della durata della società sino al 2100 fosse da considerarsi alla stregua della previsione di una durata indeterminata della stessa, accoglieva la domanda proposta da due soci di una S.p.a. che, a fronte del divieto posto dallo Statuto, chiedevano fosse dichiarato il diritto al recesso.

LA DECISIONE. Avverso tale pronunzia la società proponeva ricorso alla Corte di Cassazione. Il gravame articolato su tre motivi trovava accoglimento.

In particolare, la soccombente lamentava, da un lato “la non corretta equiparazione della previsione statutaria di una società per azioni che prevedeva un termine finale assai lungo di durata a quella di una società per azioni costituita a tempo indeterminato, la quale comporta, ai sensi dell’art. 2437 comma 3 c.c., la facoltà di recesso dal socio” e dall’altro la “falsa applicazione dell’art. 2285 comma 1 c.c. dovendo ritenersi inammissibile l’applicazione analogica alla società per azioni della norma in discussione, dettata per le società di persone”.      

La Corte, al riguardo, non riteneva possibile assimilare la società contratta per un tempo lungo ad una società contratta a tempo indeterminato, anche in considerazione della eccessiva aleatorietà alla luce delle numerose variabili che avrebbero dovuto essere calcolate nel caso concreto, in mancanza di parametri oggettivi e predeterminati, per valutare quando la durata statutaria legittimi il recesso ad nutum del socio.

Alla luce di tali considerazioni, veniva formulato il principio di diritto secondo cui: “È escluso il diritto di recesso “ad nutum” del socio di società per azioni nel caso in cui lo statuto preveda una prolungata durata della società (nella specie, fino al 2100), non potendo tale ipotesi essere assimilata a quella, prevista dall’art. 2437, comma 3, c.c., della società costituita per un tempo indeterminato, stante la necessaria interpretazione restrittiva delle cause che legittimano la fuoriuscita del socio dalla società e dovendo anche escludersi l’estensione della disciplina prevista dall’art. 2285 c.c. per le società di persone, ove prevale l'”intuitus personae”, ostandovi esigenze di certezza e di tutela dell’interesse dei creditori delle società per azioni al mantenimento dell’integrità del patrimonio sociale, potendo essi fare affidamento solo sulla garanzia generica da quest’ultimo offerta, a differenza dei creditori delle società di persone, che invece possono contare anche sui patrimoni personali dei soci illimitatamente responsabili.”

In conclusione, l’importanza di questa pronunzia risiede nel fatto che registra un radicale mutamento dell’orientamento in materia. Il precedente [1], infatti, assimilando la previsione statutaria di una durata della società per un termine particolarmente lungo ad una società a tempo indeterminato, ammetteva la possibilità per il socio di esercitare il diritto di recesso ad nutum. In verità, un timido segnale di mutamento già si avvertiva con altra recente pronunzia [2], in cui però i Giudici, sebbene non avessero attribuito rilievo alla aspettativa di vita del socio, ponevano invece l’accento, circa l’ammissibilità del recesso in parola, sulla “ragionevole data di compimento di un progetto imprenditoriale”.

Cass. Civ. Sez. I n. 4716_2020

 


[1] Cass. Civ., Sez. I, n. 9662 del 22.4.2013 in Giurisprudenza Civile Massimario

[2] Cass. Civ., Sez. I, n. 8962 del 29.3.2019 in Ilsocietario.it

IL CURATORE FALLIMENTARE ASSUME LA QUALIFICA DI “IMPRENDITORE” OGNIQUALVOLTA ESERCITI UNA AZIONE GIA’ NEL PATRIMONIO DEL FALLITO QUANDO LA SOCIETA’ ERA IN BONIS

IL CASO. Il Tribunale di Trani, accogliendo la domanda della Curatela, condannava una società al pagamento di una somma derivante da un credito di natura contrattuale sorto quando la fallita era ancora in bonis.

Con atto di appello la società, impugnando la sentenza di primo grado, evidenziava di aver pagato le fatture emesse dalla fallita a mezzo di assegni bancari. La Corte d’Appello di Bari, però, confermando la sentenza di prime cure, escludeva che le fatture e le note di credito emesse dalla appellata a comprova delle proprie allegazioni potessero avere forza probatoria, sia in difetto del requisito della certezza della data , ai sensi dell’art. 2704 c.c. , sia con riguardo alla prova dei pagamenti verso l’impresa fallita, atteso che gli artt. 2709 e 2710 c.c., che conferiscono efficacia probatoria, nei rapporti tra imprenditori, ai libri e alle altre scritture di unilaterale formazione, non trovavano applicazione nei confronti di un soggetto non avente tale qualità, quale il curatore del fallimento.

LA DECISIONE. La soccombente proponeva gravame avanti alla Suprema Corte. Il ricorso articolato su quattro motivi veniva accolto.

Di centrale importanza risultava il primo motivo che, nella sostanza, censurava la pronunzia nella parte in cui non applicava la regola iuris secondo cui la posizione della Curatela era equivalente a quella del fallito nell’esercizio di diritti già nel patrimonio di quest’ultimo.

Al riguardo la Corte osserva che la posizione della Curatela è differenziata a seconda che egli rappresenti gli interessi della collettività dei creditori ovvero diritti di spettanza del fallito nei confronti dei terzi. Nel primo caso, infatti, egli è terzo, mentre nel secondo subentra nella medesima posizione, facendone valere i relativi diritti, così come quando agisca per la riscossione di un credito del fallito.

Indispensabile puntualizzare che, comunque, questo non muta l’obiettivo del curatore che è resta quello di ricostruire il patrimonio originario del fallito e pertanto, anche se non formalmente, come nel caso che ci occupa, egli agisce sempre nell’interesse della massa dei creditori. 

La questione, pertanto, veniva risolta mediante la formulazione del principio di diritto secondo cui: “Il curatore fallimentare che proponga una domanda di adempimento dell’obbligazione contratta dal terzo nei confronti dell’imprenditore in epoca antecedente al fallimento esercita un’azione già esistente nel patrimonio del fallito, subentrando, conseguentemente, nella stessa posizione sostanziale e processuale di quest’ultimo, indipendentemente dal dissesto successivamente verificatosi; ne consegue che il terzo convenuto in giudizio dal curatore può opporre tutte le eccezioni che avrebbe potuto opporre all’imprenditore fallito, comprese le prove documentali da questi provenienti, senza i limiti di cui agli artt. 2704 ss. c.c. e senza che sia di ostacolo l’art. 2709 c.c.

In conclusione questa pronunzia ha il pregio di riproporre la questione della qualifica del Curatore nell’esercizio di una azione già nel patrimonio del fallito quando la società era in bonis, ponendosi in continuità con l’orientamento attualmente maggioritario [1], anche se la giurisprudenza sul punto rimane ondivaga [2].


[1] Cass. Civ., Sez. I, n.321 del 9.1.2013 in Giustizia Civile Massimario; Cass. Civ., Sez. I, n.18059 del 8.9.2004 in Giustizia Civile Massimario

[2] Cass. Civ.,  Sez. I, n.10081 del 9.5.2011 in Giustizia Civile Massimario; Cass. Civ., Sez. I, n.1543 del 26.1.2006 in Giustizia Civile Massimario

Cass. Civ. Sez. I n. 30446_2019

 

Sentenze che decidono solo alcune delle plurime domande proposte cumulativamente nel giudizio e criteri per valutarne la natura definitiva o meno: opportuno un nuovo intervento delle Sezioni Unite.

IL CASO. Gli eredi di Fo.Em. adivano il Tribunale di La Spezia chiedendo la risoluzione della donazione effettuata dal loro dante causa in favore del Comune di La Spezia per mancato adempimento dell’onere posto a carico del donatario, oltre alla condanna del Comune convenuto al rilascio del terreno donato ed al risarcimento dei danni per l’occupazione dell’area dal giorno del deposito della domanda a quello della liberazione del bene.

Il Tribunale, in accoglimento delle istanze degli attori, con sentenza depositata in data 27 giugno 2007 pronunciava la risoluzione dell’atto donativo, condannando altresì il Comune al rilascio del bene ed al rimborso delle spese legali. Il giudizio proseguiva, invece, per la decisione in merito alla domanda di risarcimento del danno, che veniva successivamente accolta con sentenza depositata in data 15 marzo 2010.

La Corte d’Appello di Genova – adita dal Comune soccombente che, previa espressa tempestiva formulazione di riserva di gravame avverso la pronuncia del 2007, impugnava entrambe le sentenze emesse dal giudice di prime cure – dichiarava inammissibile l’appello proposto contro la prima pronuncia per tardività e rigettava, nel merito, l’impugnazione proposta avverso la sentenza del 2010, accogliendo invece l’appello incidentale degli eredi di Fo.Em. volto ad ottenere un aumento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno.

Avverso tale decisione proponeva ricorso per Cassazione il Comune di La Spezia, formulando sette motivi di ricorso. Con il primo, in particolare, il ricorrente lamentava la nullità della sentenza di secondo grado nella parte in cui la Corte, valorizzando l’intervenuta liquidazione delle spese di lite nella sentenza del 2007 alla stregua di un implicito provvedimento di separazione delle cause, aveva qualificato tale pronuncia come “definitiva”, escludendo quindi la validità della riserva di gravame formulata dal Comune e concludendo per l’inammissibilità dell’appello da questo proposto per tardività.

Osservava il Comune che, al contrario, la stessa sentenza era stata espressamente qualificata dal Giudice estensore come “non definitiva“, con conseguente necessità di far prevalere tale espressa qualificazione sui sussidiari criteri formali elaborati dalla giurisprudenza per stabilire la natura definitiva o meno delle sentenze che decidono esclusivamente alcune delle domande cumulate – tra cui, per l’appunto, quello di liquidazione delle spese legali, valorizzato dalla Corte genovese – anche in ragione dell’esigenza di tutelare il legittimo affidamento serbato dalla parte in ordine alla qualificazione proposta dal Giudice.

LA DECISIONE. Il ricorso del Comune fornisce alla Suprema Corte l’occasione per interrogarsi ancora una volta in merito ai criteri da adottare per la qualificazione di sentenze che, a fronte di un cumulo di domande tra le stesse parti, decidano soltanto su alcune di esse.

Secondo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità – già fatto proprio dalle Sezioni Unite con le sentenze nn. 1577/1990, 711/1999, 712/1999 e 9441/2011 – tale qualificazione dev’essere compiuta sulla base di un criterio esclusivamente formale, per il quale deve considerarsi non definitiva – e dunque suscettibile di riserva di gravame – esclusivamente la sentenza che, decidendo su alcune soltanto delle domande, non adotti un formale provvedimento di separazione ex art. 279, comma 2, n. 5, c.p.c. né provveda a liquidare le spese di lite relative alle domande decise.

Nel caso di specie la Corte, pur ribadendo la propria adesione all’approccio formale già adottato dalle Sezioni Unite, si interroga in merito all’applicabilità di tale orientamento nell’ipotesi in cui, come nel caso in esame, a fronte di elementi formali idonei a far propendere per la natura definitiva della pronuncia – quale l’intervenuta liquidazione delle spese legali – sussista una contrapposta qualificazione espressamente adottata dal giudice ed idonea ad ingenerare nelle parti il “ragionevole convincimento in ordine all’effettiva sussistenza di detta natura (non definitiva, n.d.r) ed alla ammissibilità della riserva di impugnazione”.

Ad opinione degli ermellini, infatti, i criteri formali tesi a valorizzare esclusivamente l’esistenza di un provvedimento di separazione e/o di liquidazione delle spese di lite “appaiono effettivamente risolutivi ai fini della risposta all’interrogativo circa la qualificazione della sentenza nei soli casi in cui risulti però mancante una formale qualificazione da parte dello stesso giudice”, sicché, tenuto anche conto dell’esigenza di tutelare il fondamentale principio della cd. “apparenza”, risulta opportuno rimettere gli atti al Primo Presidente per un’eventuale remissione alle Sezioni Unite della seguente questione di massima di particolare importanza: se, in presenza di una sentenza che decida su alcune soltanto delle domande cumulate tra le stesse parti nel giudizio, ove sussistano contemporaneamente elementi formali contraddittori tra loro, ”debba prevalere l’espressa qualificazione data dal giudice alla propria decisione, rendendo quindi recessivi i diversi indici formali della liquidazione delle spese e della separazione delle causa, destinati quindi ad un ruolo sussidiario ed idonei a risolvere il dubbio solo in assenza di un’espressa manifestazione del giudice, ovvero se debba pervenirsi ad una soluzione di segno opposto”.

La pronuncia in commento – n. 6624 del 9.3.2020 – fornisce inoltre alla Suprema Corte lo spunto per sollecitare una valutazione delle Sezioni Unite sull’opportunità di adottare un distinto criterio di qualificazione delle sentenze adottate nei giudizi di scioglimento delle comunioni, ove – ad opinione del Collegio remittente – la pronuncia che approva il progetto di divisione rinviando per l’estrazione dei lotti alla prosecuzione del giudizio dovrebbe considerarsi definitiva anche in mancanza di un provvedimento di liquidazione delle spese di lite ovvero in presenza di un’espressa opposta qualificazione da parte del giudice. In tale materia, infatti, potendo il giudice procedere all’estrazione a sorte dei lotti solo a seguito del passaggio in giudicato della sentenza che approva il progetto divisionale, la qualificazione come non definitiva di tale pronuncia legittimerebbe la riserva di gravame ed impedirebbe, per tale via, il passaggio in giudicato della sentenza, così precludendo l’estrazione a sorte dei lotti e determinando un irrimediabile stallo del processo.   

Cass. 6624 -2020 

 

La notifica della sentenza alla parte personalmente presso il procuratore costituito determina il decorso del termine breve di impugnazione.

IL CASO. Adita per la riforma della sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Roma aveva rigettato il ricorso di una Cooperativa che pretendeva dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria il pagamento dei contributi per l’editoria ex art. 3 L. 250/1990 per l’anno 2007, la Corte d’Appello capitolina accoglieva il gravame, condannando la Presidenza del Consiglio al pagamento dei contributi richiesti oltre alla refusione delle spese di lite dei due gradi di giudizio.

La decisione, depositata in data 25.10.2015, veniva impugnata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’Editoria con ricorso notificato in data 22.2.2016.

Resisteva con controricorso notificato il successivo 29 marzo la Cooperativa, che eccepiva in via preliminare l’inammissibilità del ricorso per tardività ex art. 325, comma II, c.p.c., per essere stato lo stesso proposto solo in data 22.2.2016 pur a fronte della notifica – in data 16.12.2015 – della sentenza d’appello in forma esecutiva alla Presidenza del Consiglio presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che l’aveva rappresentata nel giudizio di secondo grado.

LA DECISIONE. L’ordinanza n. 2974 del 7.2.2020, in commento, fornisce alla Suprema Corte l’occasione per interrogarsi ancora una volta sulla validità, al fini del decorso del termine breve di impugnazione, della notifica della sentenza (peraltro, spedita in forma esecutiva) effettuata non al difensore costituito – come imporrebbe l’art. 170 c.p.c., cui l’art. 285 c.p.c., in tema di modo di notificazione della sentenza, fa rinvio – bensì alla parte personalmente presso il difensore domiciliatario ex lege.

Osserva preliminarmente la Corte che, ai fini del decorso del termine breve di impugnazione, è ininfluente la spedizione o meno in forma esecutiva della sentenza, ben potendo anche una notificazione eseguita in forma esecutiva determinare il decorso del termine breve, purché diretta al soggetto legittimato a riceverla.

Quanto invece al destinatario della notificazione, ad opinione degli ermellini la notifica della sentenza effettuata alla parte personalmente presso il procuratore costituito anziché direttamente a quest’ultimo è egualmente idonea a determinare la decorrenza del termine breve ex art. 325, comma II, c.p.c., considerato che “entrambe le forme di notificazione soddisfano l’esigenza di assicurare che la sentenza sia portata a conoscenza della parte per il tramite del suo rappresentante processuale, professionalmente qualificato a vagliare l’opportunità dell’impugnazione”. Ciò che conta è, però, che il procuratore sia individuato specificatamente in modo da garantire a costui la possibilità di avere concreta conoscenza dell’atto e valutare, così, l’opportunità di proporre l’impugnazione.

Tale orientamento era d’altronde stato fatto proprio dal Supremo Consesso già in precedenti pronunce, tra le quali l’ordinanza n. 18493 del 01/09/2014 e le sentenze n. 20193 del 18/09/2009, n. 13546 del 11/06/2009 e n. 11216 del 08/05/2008.

Sulla base di tali considerazioni, la Corte constata quindi la tardività nel caso di specie del ricorso, notificato solo sessantotto giorni dopo la notifica della sentenza impugnata e, dunque, potenzialmente inammissibile.

Sulla scorta del principio giurisprudenziale di prevalenza delle ragioni di improcedibilità su quelle di inammissibilità, tuttavia, i giudici di legittimità, rilevato come il ricorrente non avesse depositato nel termine di cui all’art. 369, comma I, c.p.c., la copia della sentenza con la relata di notifica, dichiarano l’improcedibilità del ricorso proposto dalla Presidenza del Consiglio.

Cass. 2974 – 2020

Il Commercialista, così come l’Avvocato, deve sconsigliare azioni infondate o inutilmente gravose ed informare il cliente sulla possibilità di accedere a strumenti di definizione agevolata dell’accertamento.

IL CASO. Un commercialista e gli eredi di un ragioniere venivano convenuti in giudizio da due soci al 50% di una S.r.l., la quale nel 2010 aveva ricevuto due avvisi di accertamento, così come gli stessi soci, che avevano pertanto affidato al commercialista l’incarico di valutare l’opportunità di contestare gli avvisi mediante ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale.

Il commercialista, assieme al ragioniere, valutata l’opportunità di contestare gli avvisi di accertamento, notificavano per conto della società S.r.l. all’Agenzia delle Entrate i relativi ricorsi, senza tuttavia che questi fossero firmati e muniti di firma digitale della procura alle liti e autenticazione delle sottoscrizioni. I due professionisti proponevano ricorso anche avverso gli accertamenti ricevuti dai due soci senza tuttavia confrontarsi con gli stessi, non fornendo loro alcuna informativa e non producendo alcuna documentazione utile alla difesa.

I ricorsi della società venivano dichiarati inammissibili dalla Commissione Tributaria Provinciale di Vicenza, mentre quelli dei soci venivano dichiarati inaccoglibili in base alla incontestabilità dell’accertamento nei confronti della società derivante dall’inammissibilità del ricorso. Veniva successivamente proposto appello avanti la Commissione Tributaria Regionale che – intervenuto medio tempore lo scioglimento e la messa in liquidazione della società – dichiarava l’estinzione del procedimento nei confronti della s.r.l., confermando la sentenza emessa nei confronti dei soci.

Al fine di valutare l’opportunità di proporre ricorso per Cassazione, gli attori ricevevano tutti gli atti di causa, mai ricevuti sino a quel momento. Da un lato essi valutavano negativamente la possibilità di esperire il ricorso, dall’altro contestavano l’inadempimento del mandato professionale del commercialista e del ragioniere, che avrebbero commesso gravi errori processuali e di strategia difensiva, tale da determinare l’esito infausto della lite.

Gli attori convenivano in giudizio i due professionisti avanti il Tribunale di Vicenza chiedendo la condanna degli stessi al risarcimento di quanto pagato all’AE o, in subordine, il risarcimento nella misura del maggior esborso che gli stessi avevano subito, stante la mancata informativa rispetto alla valutazione prognostica sfavorevole del ricorso.

LA DECISIONE. Il Tribunale di Vicenza, con sentenza n. 662/2020 depositata in data 26.3.2020, ha accolto le domande attoree svolte in via subordinata, condannando i convenuti a corrispondere l’importo delle maggiori sanzioni pagate dagli attori rispetto alla possibilità di una definizione agevolata dell’accertamento.

Ribadito per il Commercialista ciò che si afferma per l’Avvocato, e cioè che le obbligazioni inerenti l’esercizio dell’attività professionale sono obbligazioni di mezzi e che ai fini del giudizio di responsabilità rilevano le modalità concrete con le quali è stata svolta detta attività (e non il conseguimento o meno del risultato) “avuto riguardo, da un lato, al dovere primario di tutelare le ragioni del cliente e, dall’altro, al rispetto del parametro di diligenza a cui questo è tenuto, il Tribunale ricorda che l’affermazione della responsabilità per colpa professionale implica una valutazione prognostica positiva circa il probabile esito favorevole del ricorso alla commissione tributaria. In particolare, il cliente ha l’onere di provare: l’esistenza del contratto d’opera professionale, la difettosa o inadeguata prestazione professionale, il nesso di causalità tra questa e il danno-evento lamentato, l’esistenza effettiva di un danno-conseguenza risarcibile.

Ciò detto, secondo il Tribunale, l’errore commesso dal commercialista e dal ragioniere (mancata sottoscrizione dei ricorsi e mandati) non è risultato sufficiente a fondarne la responsabilità, in quanto il vaglio circa il possibile esito positivo della lite, condotto secondo il principio del “più probabile che non”, ha portato ad escludere che se i ricorsi  fossero stati correttamente instaurati l’esito sarebbe stato positivo.

Quanto invece alla domanda svolta in via subordinata che ha trovato accoglimento, il Tribunale ha affermato che spettava al professionista informare i clienti circa le scarse possibilità di successo dell’impugnazione, dissuaderli dal fare ricorso alla giustizia tributaria e consigliare loro le forme di definizione agevolata dell’accertamento. Trova, infatti, applicazione anche al professionista commercialista il seguente principio: “l’Avvocato ha l’obbligo di non consigliare azioni inutilmente gravose e di informare il cliente sulle caratteristiche della controversia e sulle possibili soluzioni. In particolare, sussiste lo specifico obbligo in capo all’Avvocato di dissuadere il cliente da azioni che siano manifestamente prive di fondamento (Cass. 9695/2016)”.

TRib. Vicenza 26.3.2020

LA CASSAZIONE TORNA AD ESPRIMERSI SULLA NATURA E SUGLI ONERI PROBATORI DELL’AZIONE SOCIALE DI RESPONSABILITA’ CONTRO AMMINISTRATORI E SINDACI DI SOCIETA’ DI CAPITALI.

IL CASO. Il Tribunale di Milano, con sentenza n. 14397 del 2014, in parziale accoglimento della domanda proposta dai soci di minoranza di una s.r.l., disponeva la revoca dalla carica degli amministratori (e soci) per mala gestio, condannandoli contestualmente al risarcimento dei danni cagionati. 

La Corte d’Appello di Milano, con sentenza n. 4815 del 15.12.2015, riformava la pronuncia di primo grado.

LA DECISIONE. I soci di minoranza proponevano gravame avanti alla Suprema Corte. Il ricorso, articolato su cinque motivi, veniva rigettato.

Si evidenzia da subito che l’ordinanza in commento, benchè si soffermi sulla tematica “classica” della natura e dell’onere della prova nell’azione sociale di responsabilità, ha il pregio di offrire una chiara dimostrazione “pratica” delle valutazioni che sono chiamati ad effettuare i Giudici in occasione della decisione di tali controversie.

Al riguardo, risulta essere di particolare importanza la soluzione del primo motivo, in cui si contesta, tra l’altro, la violazione o falsa applicazione di legge in relazione alle norme in tema di onere della prova e, in particolare, dell’art. 2697 c.c. in relazione all’art. 2476 c.c., con riferimento all’errato rilievo, a detta dei soccombenti, della mancata prova del fatto costitutivo del diritto azionato. Si evidenzia, infatti, come nell’impugnata sentenza i ricorrenti, a fronte della produzione di documentazione giustificativa relativa ai rimborsi per le spese di trasferta erogati agli amministratori e ai dipendenti, non abbiano provveduto a specifica e analitica contestazione.

La Cassazione, richiamandosi a costante e consolidata giurisprudenza, rileva che: “L’azione di responsabilità sociale promossa contro amministratori e sindaci di società di capitali ha natura contrattuale, dovendo di conseguenza l’attore provare la sussistenza delle violazioni contestate e il nesso di causalità tra queste e il danno verificatosi, mentre sul convenuto incombe l’onere di dimostrare la non imputabilità del fatto dannoso alla sua condotta, fornendo la prova positiva dell’osservanza dei doveri e dell’adempimento degli obblighi imposti.”

Inoltre specifica che “in tema di azione di responsabilità verso gli amministratori sociali, sull’attore incombe la prova dell’illiceità dei comportamenti degli amministratori medesimi. Allorquando tali comportamenti non siano in sè vietati dalla legge o dallo statuto e l’obbligo di astenersi dal porli in essere discenda dal dovere di lealtà, coincidente col precetto di non agire in conflitto di interessi con la società amministrata, o dal dovere di diligenza, consistente nell’adottare tutte le misure necessarie alla cura degli interessi sociali a lui affidati, l’illecito è integrato dal compimento dell’atto in violazione di uno dei menzionati doveri. In tal caso l’onere della prova dell’attore non si esaurisce nella prova dell’atto compiuto dall’amministratore ma investe anche quegli elementi di contesto dai quali è possibile dedurre che lo stesso implica violazione del dovere di lealtà o di diligenza.”

La Suprema Corte, in conclusione, osserva come la Corte territoriale non abbia contraddetto i principi sopra esposti, considerato che la decisone era basata sulla ravvisata insussistenza di un illecito che non poteva consistere tout court nel rimborso delle spese di trasferta, ma nel carattere ingiustificato di tali erogazioni che però, come sopra evidenziato, non aveva trovato contestazione.

Cass. Civ., Sez. I, Ord. n. 2975_2020

 

SE L’ASSEMBLEA DEI SOCI APPROVA IL BILANCIO NON SUSSISTONO GLI ESTREMI PER DICHIARARE LO SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETA’ AI SENSI DELL’ART. 2484, COMMA 1, N. 3 C.C..

IL CASO. Il socio di una s.r.l., chiedeva al Tribunale di Firenze
di dichiarare sciolta la società, non essendo questa più in grado di operare a
causa dei dissidi tra i soci, titolari di quote paritarie, che impedivano
l’adozione di qualunque decisione da parte dell’assemblea.

LA DECISIONE. Il Collegio, nel rigettare il ricorso, rilevava che
non sussistevano gli estremi per l’applicazione dell’art. 2484, comma 1, n. 3
c.c., considerato che l’approvazione del bilancio 2018, alla quale la
resistente non aveva partecipato, era sufficiente, a dimostrare una residua o
recuperata capacità di funzionamento dell’assemblea dei soci.

Il provvedimento in commento, nonostante la succinta motivazione,
nasconde in realtà un profilo di rilevante interesse, in quanto,si esprime su
quello che può essere considerato un tipico caso di scuola, ovvero, il caso
della società partecipata da due soci, titolari ciascuno della metà del
capitale e che votano l’uno contro le proposte dell’altro.

In tale caso, il giudice, per decidere sull’applicabilità dell’art.
2484 c.c., è chiamato a valutare se la situazione patologica dell’organo
assembleare, data dalla impossibilità di funzionamento, sia idonea (o meno) a
configurare una paralisi definitiva e irreversibile dello stesso.

Al riguardo, appare evidente, che il Tribunale di Firenze,
nonostante non lo abbia esplicitato, nel redigere il provvedimento in commento avesse
ben presente quella giurisprudenza [1], ormai
pacifica, che afferma che: “L’impossibilità
di funzionamento dell’assemblea che, ai sensi dell’art. 2484 c.c., è causa di
scioglimento della società, non si identifica con l’inattività dell’organo, ma
sussiste in tutti i casi in cui insanabili contrasti tra i soci impediscano
all’assemblea di adottare i provvedimenti necessari per la vita sociale, come
la nomina degli amministratori o l’approvazione del bilancio.”

Trib. Firenze Ordinanza


[1] Trib. Milano, Sez. VIII, 26.6.2004 in
Diritto e Giustizia

 

Il reddito di cittadinanza non ha natura alimentare e può essere interamente pignorato a fronte dell’inadempimento del coniuge obbligato al mantenimento.

IL CASO. Una madre, titolare dell’assegno di contribuzione al mantenimento delle due figlie minori, a fronte dell’inadempimento del coniuge, percettore del reddito di cittadinanza, proponeva ricorso ai sensi dell’art. 156 co.4 c.c., il quale prevede che “in caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto”. La signora chiedeva, oltre al sequestro della quota di proprietà del marito dell’immobile adibito a casa coniugale, l’emissione dell’ordine di pagamento di una somma pari all’assegno di mantenimento al Ministero del Lavoro e/o all’INPS.

Il marito si opponeva tanto alla richiesta di sequestro (per la sproporzione tra la quota di proprietà dell’immobile ed il debito verso la moglie), quanto alla domanda di pagamento diretto, stante la ritenta impignorabilità del reddito di cittadinanza.  

LA DECISIONE. Il Tribunale di Trani, con provvedimento del 30.1.2020, richiamate alcune pronunce della Suprema Corte in materia di separazione personale e versamento diretto da parte dei terzi tenuti a corrispondere periodicamente delle somme al coniuge inadempiente all’obbligazione di mantenimento, e ritenuto provato e comunque non contestato l’inadempimento, ha accolto il ricorso ex art. 156 co. 4 c.c. e per l’effetto ha quindi autorizzato il sequestro della quota del 75% dell’immobile di proprietà del marito ed ordinato all’INPS di versare direttamente e mensilmente alla moglie l’importo corrispondente all’assegno di mantenimento prelevandolo dal reddito di cittadinanza.

Quanto, in particolare, all’ordine al terzo disposto ai sensi dell’art.156 c.c., il Tribunale ha ritenuto che lo stesso possa essere disposto anche cumulativamente e quindi contemporaneamente al sequestro dei beni del coniuge inadempiente, costituendo l’“unico strumento di sicura attuazione del credito dell’istante”, in quanto l’inadempimento dell’obbligo di mantenimento genera fondati dubbi sulla tempestività dei futuri pagamenti.

Secondo il Tribunale, il reddito di cittadinanza – introdotto quale “misura di politica attiva dell’occupazione” contro la povertà, la diseguaglianza e l’esclusione sociale – può “essere utilizzato per i bisogni primari delle persone delle quali il titolare ha l’obbligo di prendersi cura, anche se non fa più parte dello stesso nucleo familiare” e ne è ammessa la sua piena pignorabilità senza l’osservanza dei limiti di cui all’art. 545 c.p.c..

Infatti, conformemente a quanto espresso dalla dottrina, il reddito di cittadinanza non ha natura alimentare e non deve ritenersi soggetto alle disposizioni che prevedono divieti di pignorabilità, avendo queste ultime carattere eccezionale: “una volta ammessa la piena pignorabilità del reddito di cittadinanza, non sussiste alcuna ragione né logica né giuridica, per escludere l’ammissibilità dell’ordine di pagamento diretto al coniuge di una quota del reddito di cittadinanza erogato all’atro, inadempiente agli obblighi scaturenti dalla separazione”.

Trib. Trani 30.1.2020

IL “NUOVO” STUDIO LEGALE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Si condivide il contributo del 𝗗𝗶𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗦𝘁𝗿𝗮𝘁𝗲𝗴𝗶𝗮, 𝗢𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗠𝗮𝗿𝗸𝗲𝘁𝗶𝗻𝗴 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶 𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗶 della 𝗙𝗼𝗻𝗱𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗔𝗜𝗚𝗔 𝗧𝗼𝗺𝗺𝗮𝘀𝗼 𝗕𝘂𝗰𝗰𝗶𝗮𝗿𝗲𝗹𝗹𝗶, su “Come trasformare questa emergenza in una opportunità di crescita in termini tecnologici per la nostra professione”.

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