L’ONERE DELLA MEDIAZIONE GRAVA SUL DEBITORE INGIUNTO

Con la sentenza n. 165/2019  pubblicata il 07.02.2019, il Tribunale di Macerata si è espresso relativamente alla controversa questione riguardante l’identificazione della parte processuale in capo alla quale grava l’onere di esperire il procedimento di mediazione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo.

Il caso deciso riguardava la proposizione di opposizione al decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, in cui gli opponenti eccepivano il mancato esperimento del procedimento di mediazione obbligatoria, oltre ad insistere per la sospensione della provvisoria esecuzione ex art. 649 c.p.c.

Il giudice, con ordinanza, oltre a rigettare la richiesta di sospensione dell’esecuzione provvisoria, fissava un termine per presentare la domanda di mediazione, che però non veniva introdotto da nessuna delle parti.

Di conseguenza, il Tribunale, pronunciandosi in via definitiva, dichiarava improcedibile l’opposizione e definitivamente esecutivo il decreto ingiuntivo.

La questione che ha visto esprimersi il Tribunale di Macerata risulta essere di grande attualità, considerato che ad oggi vi sono due orientamenti contrapposti che rendono sicuramente incerto su chi gravi l’onere della mediazione nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo.

Il contrasto, invero, sorge sull’interpretazione dell’art. 5, comma 4, d.lg. n. 28 del 2010, alla lett. a), dove dispone che la mediazione obbligatoria non si applica nei procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione.

Secondo un primo orientamento, infatti, l’onere graverebbe sul debitore ingiunto che agisce in opposizione, considerato che, come affermato dalla Cass. Civ. n. 24629/2015, a cui il Giudice rimanda “anche a fini motivazionali”, rileva che “e’ dunque sull’opponente che deve gravare l’onere della mediazione obbligatoria perché è l’opponente che intende precludere la via breve per percorrere la via lunga”.

Di diverso avviso invece l’opposto orientamento, secondo cui l’onere della mediazione graverebbe sul creditore opposto, in quanto, considerato che l’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione (così Cass. Sez. Un., n. 19246/10 e Cass. n. 8539/11), che, “sovrapponendosi allo speciale e sommario procedimento monitorio, investe il giudice del potere-dovere di statuire sulla pretesa originariamente fatta valere con la domanda di ingiunzione e sulle eccezioni e difese contro la stessa proposte”, di conseguenza, “attore sostanziale” è il creditore e non il debitore che proponga opposizione. (Trib. Varese, 18.5.2012)

In conclusione, si può affermare che il Tribunale di Macerata abbia certamente aderito al primo orientamento, ma si auspica, visto l’andamento ondivago della giurisprudenza in materia, che di tale importante questione siano investite le Sezioni Unite, per risolvere in via definitiva un contrasto che rischia di creare non poca incertezza in materia.

Sent. Tribunale Macerata

LO STUDIO DEI DIRITTI UMANI AL CESTUDIR DI VENEZIA

Nato nel 2012 con sede nel Dipartimento di Filosofia e beni Culturali, il CESTUDIR (Centro Studi sui Diritti Umani) si propone di studiare i diritti del vivente, degli individui, delle comunità, dei popoli attraverso l’organizzazione e partecipazione a “varie attività basate su valori quali i diritti umani (degli individui, delle comunità e dei popoli), la pace, la solidarietà internazionale, la salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale, la tutela delle specie e il benessere degli animali, proponendosi come punto di raccordo tra mondo accademico e territorio” (https://www.unive.it/pag/31191).

OBBLIGO DI PREVENTIVO TRA RESPONSABILITÀ CIVILE E DEONTOLOGICA

Il 17 gennaio 2018 si è svolto presso lo studio AvvocatinVenezia l’incontro sul tema “Obbligo di preventivo tra responsabilità civile e deontologica”. Ad organizzarlo la neoistituita associazione degli Avvocati per le Persone e le Famiglie, l’APF (www.apfavvocati.it).

Nata la scorsa estate con l’obbiettivo di promuovere eventi formativi e favorire il dibatiito attorno ai temi che riguardano la famiglia, le persone, il biodiritto, APF intende fornire ai propri associati gli strumenti necessari per sviluppare al meglio le competenze, ma anche le capacità relazionali ed una certa attitudine all’empatia, che il ruolo dell’avvocato richiede, soprattutto nel settore dei diritti fondamentali della persona.

Proprio in quest’ottica, l’incontro sull’obbligo di preventivo tenuto dall’avv. Andrea Pasqualin, componente del Consiglio Nazionale Forense, e dall’avv. Marianna de GIudici, componente del Consiglio Distrettuale di Disciplina, e con la moderazione dell’avv. Barbara Bottecchia, membro del Direttivo APF, ha inteso fare luce sugli aspetti maggiormente controversi della modifica legislativa apportata dalla L.124/2017. Il dibattito ha in particolar modo riguardato i risvolti pratici e applicativi dell’obbligo di rendere nota, in forma scritta o digitale, la misura del compenso, nonché le conseguenze alle quali può andare in contro il professionista sul piano della responsabilità civile e deontologica.

E’ sempre più sentita, infatti, l’esigenza di acquisire tutti quegli strumenti che consentano di svolgere al meglio il ruolo di avvocato, a tutela del cliente e dello stesso professionista.

LICENZIAMENTO DEL SOCIO LAVORATORE DI COOPERATIVA

La Corte di cassazione ritorna sul problema del rapporto tra delibera di esclusione e licenziamento del socio lavoratore, confermando che nell’ipotesi in cui le motivazioni della risoluzione del rapporto sociale abbiano ad oggetto esclusivamente le ragioni del licenziamento, trova applicazione l’art.18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Cass. Sez. Lav. 10 febbraio 2017, n. 3634

 

In tema di società cooperativa di produzione e lavoro, ove la delibera di esclusione del socio si fondi esclusivamente sull’intimato licenziamento per giusta causa, trova applicazione, in forza del rinvio operato dall’art. 2 della Legge n. 142 del 2001, l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e, conseguentemente, anche l’eventuale reintegrazione nel posto di lavoro.

LICENZIAMENTO COLLETTIVO PER CESSAZIONE ATTIVITÀ

Corte d’Appello di Napoli, 16 dicembre 2016

Anche in caso di licenziamento collettivo per cessazione dell’attività è necessario il rispetto dei criteri di scelta, se l’attività è proseguita anche solo parzialmente o ai fini della liquidazione. La cessazione dell’impresa esime dall’applicazione dei criteri di scelta ex art. 5 l. 223/1991 solo nel caso in cui la stessa sia effettiva e totale, dovendosi diversamente provare in base a quali criteri siano stati trattenuti in servizio (o addirittura assunti ex novo, a termine) alcuni lavoratori. L’accordo raggiunto con le organizzazioni sindacali può sanare solo i vizi concernenti la comunicazione di avvio della procedura di riduzione del personale, non quelli riguardanti la mancata indicazione e l’applicazione dei criteri di scelta. Il dipendente licenziato per violazione dei criteri ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro anche nei confronti della società fallita, mentre resta estranea alla competenza del giudice del lavoro la statuizione sulle conseguenze economiche del recesso illegittimo.