La responsabilità della clinica in cui il paziente è ricoverato. Tribunale di Treviso – Sentenza n.914/2019 del 23.4.2019

Il caso preso in esame dal Tribunale di Treviso riguardava la richiesta di risarcimento dei danni patiti da una paziente a seguito degli interventi eseguiti da un medico al quale ella aveva autonomamente fornito l’incarico dell’esecuzione della prestazione sanitaria, instaurando così un rapporto contrattuale con lo stesso.

Il Tribunale, all’esito dell’istruttoria e della CTU espletata, ritenuto che l’intervento chirurgico effettuato dal medico fosse stato connotato da negligenza, con sentenza del 23.4.2019 ha condannato il medico al risarcimento del danno provocato alla paziente, riconducendo l’obbligo risarcitorio del professionista alla responsabilità contrattuale, così come delineato dalla Legge Gelli Bianco.

Quanto, invece, alla clinica nella quale la paziente era stata ricoverata, il Tribunale ha ritenuto che la stessa avesse assunto nei confronti della paziente solo obbligazioni accessorie a quella principale già oggetto del contratto con il medico e che non potesse essere quindi riconosciuta responsabile della prestazione chirurgica non eseguita correttamente dal dottore.

http://www.studiomiotto.com/il-tribunale-di-treviso-va-controcorrente-nessuna-responsabilita-della-clinica-privata-se-il-danno-e-causato-da-un-medico-che-ha-contrattato-direttamente-col-paziente/

Sent.-914-2019-Tribunale-di-Treviso

“Procedure concorsuali, contratti pendenti e riforma Rordorf”

La Camera Civile Veneziana, lo scorso 12 giugno, ha organizzato presso la sala San Marco del Centro Cardinal Urbani di Zelarino, un incontro di formazione e aggiornamento avente ad oggetto le “Procedure concorsuali, contratti pendenti e riforma Rordorf”, a cui ha partecipato come relatore, oltre alla Dott.ssa Martina Gasparini e al Prof. Avv. Mauro Pizzigati, l’Avv. Marco Toso dello Studio BTC di Venezia.

Nel suo intervento l’Avv. Toso, si è soffermato sull’analisi della nuova disciplina dei rapporti pendenti alla luce delle modifiche introdotte dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, che entrerà in vigore dal 15.08.2020, in modo particolare analizzando le fattispecie riguardanti il contratto d’affitto d’azienda, il contratto di locazione immobiliare e il contratto di somministrazione, la cui gestione, sovente, crea non pochi problemi agli operatori del diritto.

Affido e solidarietà familiare

Anche quest’anno si svolge nel mese di maggio la manifestazione promossa dal Comune di Venezia per sensibilizzare i cittadini sul tema dell’accoglienza e dell’affido familiare, istituto volto a realizzare una forma di aiuto per ogni bambino o ragazzo i cui genitori si trovino in difficoltà e a garantire a tali bambini un ambiente familiare adeguato e capace di rispettare la loro storia individuale e familiare  (https://live.comune.venezia.it/it/article/maggio-mi-affido).

Non può pronunciarsi la decadenza dalla responsabilità genitoriale nonostante le risultanze della CTU (favorevoli al genitore) e senza motivare adeguatamente in ordine all’interesse del minore (pubblicato in https://www.avvocatipersonefamiglie.it/)

IL CASO. La Corte d’appello di Bologna, con decreto del 12.4.2018, confermava il provvedimento di decadenza dalla responsabilità genitoriale della madre di una bambina pronunciato dal Tribunale per i minorenni di Bologna sulla base delle risultanze della CTU e dell’accertato disturbo psicologico della madre. La bambina era stata anche allontanata dal nucleo familiare a seguito dell’apertura, nei confronti del padre, di un procedimento penale per presunta violenza sessuale sulla figlia.
Il decreto veniva impugnato per cassazione dalla madre ai sensi dell’art. 360 c.p.c. comma 1 n.5, stante la dichiarazione di decadenza dalla responsabilità in assenza dei presupposti di legge e l’omessa valutazione delle risultanze della CTU, che aveva comunque espresso un giudizio favorevole circa le capacità genitoriali della madre.

LA DECISIONE. La Corte di Cassazione, I Sezione Civile, con ordinanza n.9763/2019, ha accolto il ricorso, cassando il provvedimento impugnato e rinviando alla Corte d’appello di Bologna in diversa composizione “per una più adeguata analisi delle risultanza della CTU in ordine alla capacità genitoriale della ricorrente”.
Anzitutto, ribadendo un concetto già espresso in precedenza (Cass. n. 14436/2017), la Cassazione ha affermato che

“il giudice di merito nel pronunciarsi in ordine alla decadenza dalla responsabilità genitoriale deve in primo luogo esprimere una prognosi sull’effettiva ed attuale possibilità di recupero, attraverso un percorso di crescita e sviluppo, delle capacità e competenze genitoriali, con riferimento, in primo luogo, alla elaborazione, da parte dei genitori, di un progetto, anche futuro, di assunzione diretta della responsabilità genitoriale, caratterizzata da cura, accudimento, coabitazione con il minore, ancorché con l’aiuto di parenti o di terzi, ed avvalendosi dell’intervento dei servizi territoriali”.

Nel caso di cui ci si occupa, invece, la Suprema Corte ha evidenziato come nessuna motivazione fosse stata data dalla Corte d’appello di Bologna in ordine alle ritenute inidoneità ed inadeguatezza della madre che avevano portato alla pronuncia ablativa in totale spregio delle conclusioni della CTU.
Invero, di tale consulenza la Corte territoriale aveva valorizzato unicamente il passaggio in cui si dava atto dell’impossibilità della madre di svolgere la funzione genitoriale a causa della propria patologia, senza tener conto dei passaggi in cui veniva evidenziato il suo legame affettivo con la figlia. La consulenza aveva infatti rilevato l’esistenza tra madre e bambina di “un sicuro legame che denota non solo un attaccamento affettivo ma anche capacità di accudimento che possono essere ulteriormente valorizzate attraverso un idoneo percorso” e aveva quindi concluso per la reintegrazione nella responsabilità genitoriale.
Per di più, da un lato, risultava superata la situazione che aveva determinato l’allontanamento della minore dalla famiglia (in quanto il padre era stato assolto con formula piena dall’accusa di violenza sessuale) e, dall’altro, il disturbo depressivo della madre non poteva da solo essere considerato sufficiente ad escludere le capacità genitoriali in quanto compensato attraverso adeguata cura farmacologica.
Secondo la Suprema Corte, pertanto,

“il giudice territoriale nel discostarsi dalle risultanze della CTU avrebbe dovuto spiegare e le ragioni ed i motivi nell’interesse della minore”,

poiché “il mancato esame delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio – in quanto, come nella specie, veicola nel processo un fatto idoneo a determinare una decisione di segno diverso – integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere, nel giudizio di cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n.5, come omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

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Cass. ord. 9763 2019

L’ONERE DELLA MEDIAZIONE GRAVA SUL DEBITORE INGIUNTO

Con la sentenza n. 165/2019  pubblicata il 07.02.2019, il Tribunale di Macerata si è espresso relativamente alla controversa questione riguardante l’identificazione della parte processuale in capo alla quale grava l’onere di esperire il procedimento di mediazione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo.

Il caso deciso riguardava la proposizione di opposizione al decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, in cui gli opponenti eccepivano il mancato esperimento del procedimento di mediazione obbligatoria, oltre ad insistere per la sospensione della provvisoria esecuzione ex art. 649 c.p.c.

Il giudice, con ordinanza, oltre a rigettare la richiesta di sospensione dell’esecuzione provvisoria, fissava un termine per presentare la domanda di mediazione, che però non veniva introdotto da nessuna delle parti.

Di conseguenza, il Tribunale, pronunciandosi in via definitiva, dichiarava improcedibile l’opposizione e definitivamente esecutivo il decreto ingiuntivo.

La questione che ha visto esprimersi il Tribunale di Macerata risulta essere di grande attualità, considerato che ad oggi vi sono due orientamenti contrapposti che rendono sicuramente incerto su chi gravi l’onere della mediazione nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo.

Il contrasto, invero, sorge sull’interpretazione dell’art. 5, comma 4, d.lg. n. 28 del 2010, alla lett. a), dove dispone che la mediazione obbligatoria non si applica nei procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione.

Secondo un primo orientamento, infatti, l’onere graverebbe sul debitore ingiunto che agisce in opposizione, considerato che, come affermato dalla Cass. Civ. n. 24629/2015, a cui il Giudice rimanda “anche a fini motivazionali”, rileva che “e’ dunque sull’opponente che deve gravare l’onere della mediazione obbligatoria perché è l’opponente che intende precludere la via breve per percorrere la via lunga”.

Di diverso avviso invece l’opposto orientamento, secondo cui l’onere della mediazione graverebbe sul creditore opposto, in quanto, considerato che l’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione (così Cass. Sez. Un., n. 19246/10 e Cass. n. 8539/11), che, “sovrapponendosi allo speciale e sommario procedimento monitorio, investe il giudice del potere-dovere di statuire sulla pretesa originariamente fatta valere con la domanda di ingiunzione e sulle eccezioni e difese contro la stessa proposte”, di conseguenza, “attore sostanziale” è il creditore e non il debitore che proponga opposizione. (Trib. Varese, 18.5.2012)

In conclusione, si può affermare che il Tribunale di Macerata abbia certamente aderito al primo orientamento, ma si auspica, visto l’andamento ondivago della giurisprudenza in materia, che di tale importante questione siano investite le Sezioni Unite, per risolvere in via definitiva un contrasto che rischia di creare non poca incertezza in materia.

Sent. Tribunale Macerata

LO STUDIO DEI DIRITTI UMANI AL CESTUDIR DI VENEZIA

Nato nel 2012 con sede nel Dipartimento di Filosofia e beni Culturali, il CESTUDIR (Centro Studi sui Diritti Umani) si propone di studiare i diritti del vivente, degli individui, delle comunità, dei popoli attraverso l’organizzazione e partecipazione a “varie attività basate su valori quali i diritti umani (degli individui, delle comunità e dei popoli), la pace, la solidarietà internazionale, la salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale, la tutela delle specie e il benessere degli animali, proponendosi come punto di raccordo tra mondo accademico e territorio” (https://www.unive.it/pag/31191).

LICENZIAMENTO DEL SOCIO LAVORATORE DI COOPERATIVA

La Corte di cassazione ritorna sul problema del rapporto tra delibera di esclusione e licenziamento del socio lavoratore, confermando che nell’ipotesi in cui le motivazioni della risoluzione del rapporto sociale abbiano ad oggetto esclusivamente le ragioni del licenziamento, trova applicazione l’art.18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Cass. Sez. Lav. 10 febbraio 2017, n. 3634

 

In tema di società cooperativa di produzione e lavoro, ove la delibera di esclusione del socio si fondi esclusivamente sull’intimato licenziamento per giusta causa, trova applicazione, in forza del rinvio operato dall’art. 2 della Legge n. 142 del 2001, l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e, conseguentemente, anche l’eventuale reintegrazione nel posto di lavoro.

LICENZIAMENTO COLLETTIVO PER CESSAZIONE ATTIVITÀ

Corte d’Appello di Napoli, 16 dicembre 2016

Anche in caso di licenziamento collettivo per cessazione dell’attività è necessario il rispetto dei criteri di scelta, se l’attività è proseguita anche solo parzialmente o ai fini della liquidazione. La cessazione dell’impresa esime dall’applicazione dei criteri di scelta ex art. 5 l. 223/1991 solo nel caso in cui la stessa sia effettiva e totale, dovendosi diversamente provare in base a quali criteri siano stati trattenuti in servizio (o addirittura assunti ex novo, a termine) alcuni lavoratori. L’accordo raggiunto con le organizzazioni sindacali può sanare solo i vizi concernenti la comunicazione di avvio della procedura di riduzione del personale, non quelli riguardanti la mancata indicazione e l’applicazione dei criteri di scelta. Il dipendente licenziato per violazione dei criteri ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro anche nei confronti della società fallita, mentre resta estranea alla competenza del giudice del lavoro la statuizione sulle conseguenze economiche del recesso illegittimo.